La Storia di Saverio
Saverio nasce a Noci, nel luglio del 1974.
È il più piccolo di tre fratelli.
Dopo la scuola media decide di lasciare gli studi e dare una mano al padre nell’attività familiare, ambulante. Sono anni fatti di sacrifici, ma anche di spensieratezza: la palestra, le moto, gli amici, la libertà.
Quel tipo di giovinezza che, senza saperlo, si rimpiange per tutta la vita.
Poi, all’improvviso, qualcosa si rompe: la malattia del padre.
Dopo numerosi accertamenti arriva la diagnosi — cardiomiopatia dilatativa del ventricolo sinistro.
Nel giro di poco tempo la situazione degenera e il papà se ne va. Quella perdita cambia per sempre i figli, che decidono di sottoporsi a controlli cardiologici. Ed è in quel momento che la famiglia scopre una verità incredibile quanto crudele: anche la mamma ha lo stesso disturbo cardiaco.
Due persone unite dalla vita senza sapere di avere la stessa fragilità nel cuore.
E tra i tre figli, è proprio Saverio a risultare il più colpito.
A distanza di qualche anno dalla scomparsa del padre, gli viene impiantato il primo defibrillatore. Da qui la sua vita cambia direzione.
Vende la licenza del lavoro che aveva ereditato e portato avanti con orgoglio. E soprattutto, vende le sue amate moto.
Le moto… me ne parlava sempre, con gli occhi pieni di gioia e di nostalgia. È come se vendendole avesse lasciato andare una parte di sé.
Inizia un periodo buio
La paura prende il sopravvento, si allontana dalla vita sociale, dagli amici, e si rifugia in casa.
Ma l’amore — quello autentico — trova sempre un varco. Grazie all’aiuto della famiglia e degli amici, Saverio risale. Riparte, rinasce e trova un nuovo percorso lavorativo come magazziniere in una ditta di ristorazione collettiva.
Poi, poco prima della nascita della nostra seconda figlia, l’azienda dichiara fallimento e Saverio perde il lavoro.
Un altro colpo, un’altra frattura nella sua vita.
Ma è proprio in quel momento che accade qualcosa di straordinario e profondamente rivelatore della sua anima.
Nel 2012 l'Intuizione e la creazione di una comunità
Nel 2012, dopo l’impianto del pacemaker, Saverio ha un’intuizione: fondare un gruppo Facebook per i portatori di pacemaker, uno spazio dove condividere esperienze, paure e speranze, per farsi forza insieme.
Quel gruppo nasce da una sua ferita, ma cresce grazie alla sua generosità. Diventa una comunità, un faro per tante persone che, come lui, un giorno si sono svegliate con un dispositivo che scandiva la vita al posto del cuore.
E senza quasi accorgersene, aiutando gli altri stava curando anche se stesso. Poi arriva il 2020, e con esso la pandemia. E per Saverio comincia la salita più dura della sua esistenza.
Gli scompensi cardiaci diventano frequenti, i ricoveri sempre più ravvicinati. Alla fine si decide per il percorso del trapianto, a Udine.
Partiamo il 4 ottobre 2020, con la paura negli occhi ma la speranza stretta tra le mani.
Appena arriviamo, la situazione precipita. Saverio viene ricoverato d’urgenza e, pochi giorni dopo, ci dicono che non può più aspettare: è necessario un VAD, un cuore artificiale, per tenerlo in vita fino al trapianto.
Quella notizia lo distrugge. Ha paura, tanta. Ma accetta. Per noi.
L’intervento è fissato per il 23 ottobre.
La sera, il cardiochirurgo mi chiama e mi dice che è andato bene. Ventiquattro ore dopo mi richiamano: ischemia cerebrale dell’emisfero sinistro.
Paresi del lato destro. Afasia.
Da lì inizia il tratto più spietato del nostro cammino. Quattro mesi a Udine. Poi la riabilitazione a Bari fino a luglio.
Ma la sua nuova condizione non consente il ritorno a casa, così viene trasferito in una RSA ad Alberobello, dove medici e operatori lo seguono con dedizione e affetto.
La riabilitazione è costante. Saverio combatte. Ogni giorno. Senza lamentarsi.
Passa più di un anno. La situazione sembra abbastanza stabile da riaprire la possibilità del trapianto.
A novembre 2022 arrivano i medici per la valutazione.
E il 5 dicembre arriva la telefonata tanto attesa: c’è un cuore compatibile.
In poche ore si prepara tutto. Siamo pronti.
Poi un’altra telefonata: per il maltempo nell’aeroporto di destino, la partenza deve essere rimandata al mattino successivo.
Nella notte arriva la terza chiamata: il trapianto non è più possibile, il tempo è scaduto.
A quel punto l’equipe decide di trasferire Saverio stabilmente a Udine affinché non perda un’altra occasione.
Ma un altro cuore non arriva.
E la lunga degenza porta un’infezione polmonare che lo porta via.
Io non dico che Saverio è morto.
Io dico che è partito per un lungo viaggio, come nella canzone che gli piaceva canticchiare ridendo per alleggerire la vita — una risata storta, ostinata, per nascondere il dolore.
Perché anche quando tutto gli è stato tolto — il corpo, le forze, la voce — una cosa non l’ha mai persa: la volontà di proteggere gli altri dalla sua sofferenza.
E questa è la sua vera eredità.
Non la diagnosi, non gli ospedali, non le cicatrici.
Ma l’amore che ha saputo dare anche quando gli mancava la forza di riceverlo.
La comunità che ha creato per non far sentire nessuno solo.
